domenica 26 giugno 2011

Guardando l'attimo che fila via.

Foglio dopo foglio, l'inchiostro non serviva neanche più era solo il contorno del vuoto che accompagnava le mie giornate, eppure attraverso quel vetro vedevo tutto ciò che avevo bisogno. Gambe perfette, ogni giorno colori diversi che si appoggiavano al suo corpo incastrandosi come in un opera d'arte il tocco finale dell'artista, le perle blu che occupavano il suo viso si voltavano verso questi vecchi mattoni pieni e le singole cellule del mio corpo vibravano mandandomi in uno stato di estasi di blocco temporale indefinito. La sua pelle simile e distante a ogni rosa era riempita dall'inchiostro che tanto mi mancava in singoli punti che sembravano scelti casualmente ma non avevano niente di casuale, il nero dei suoi capelli contrastava come un fotomontaggio la lucentezza del suo sguardo. La vedevo che si vestiva, che guardava svogliata il giornale, che osservava con vanità giovanili le sue piccole mani. I miei fogli vuoti erano sempre più pesanti e il mio affittuario sempre più irritato, il mio sguardo invece era sempre li, fermo e immobile a osservarla, l'incantesimo si spezzava ogni qual volta i suoi passi affrontavano le scale di quel vecchio palazzo e la mia depressione sprofondava in quelle pagine bianche dove solo il mio inchiostro sarebbe dovuto sprofondare, le mie mani consumate si grattavano in una frustrante attesa di un ritorno che avveniva sempre più tardi. Lo dicevo io, mi aveva fatto perdere oltre alla mente anche il tempo che poi non è alto che una concezione meramente mentale. La mia psicologa prima che le spiegassi che non potevo più pagarla mi ripeteva che dovevo incontrarla, che dovevo parlarle, spiegarle che ogni giorno la osservavo maniacalmente e sapevo ogni parte, ogni centimetro di lei. Lei non capiva cosa voleva dire osservare, cogliere, captare, elaborare. Uno scrittore fallito deve sempre saper osservare, capire che cosa sta guardando.
Lei era l'unico motivo del mio non suicidio, non avevo mai avuto paura della morte, in realtà la vedevo più come una decisione di finire ciò che non ti soddisfa.
Il telefono squillava da giorni, agente, editore, ex fidanzata rompi coglioni, affittuario, tutti volevano delle risposte, io volevo soltanto lei, quel suo sguardo sempre ammiccante, quella sua pelle perfetta, quel suo fisico statuario. Non era un'attrazione fisica, ne spirituale, ne tanto meno la vedevo come la mia musa visto che non tiravo giù due righe da troppo tempo.  Lei era lì io ero qui, due sguardi che non si incrociano mai, due vite che non hanno nulla in comune, due palazzi di epoche diverse, due età che non coincidono, due modi di vedere il mondo che sono distanti. Quante fottute e inutile seghe mentali.
Faccio un sogno ricorrente. Io apro la porta di una stanza, una stanza molto cinematografica, una porta che fluttua nel vuoto più assoluto, la porta è bianca è la salvezza, io la apro sapendo che li dentro ci sarà lei e invece c'è solo un'altra porta e il gioco va avanti all'infinito finché il caldo o le sostanza ad alto tasso di variazione nervosa variano per l'appunto il mio stato di debole umano parzialmente rincoglionito.
Una volta avevo provato a mangiare un amanita, un fungo allucinogeno che si trovava nel bosco, quel corpo perfetto che contemplavo ogni giorno al posto di sparire rimaneva li e le uniche allucinazioni che avevo erano quelle che mi facevano credere di tornare a scrivere.
Ogni tanto quando la guardo penso, forse aveva ragione mio padre, non ho mai fatto quello che volevo nella vita, perché l'unica cosa che volevo fare nella vita non l'avevo ancora scoperta. Era guardare. Il guardarla era una benzina naturale, un anticorpo vivente verso ciò che aleggiava nel resto. Inteso come mondo.
Quando sfioravo la mia pelle ancora cicatrizata dagli ormoni giovanili pensavo chissà com'è la sua pelle, sarà morbida, liscia, soffice..e poi lei veniva risucchiata dagli impegni e dal suo maledettissimo telefono dal quale non si staccava mai. Il mio HTC invece non riusciva proprio a risucchiarmi, vibrava e suonava ma la mia grande dote e forse l'unica era continuare a guardare quella finestra senza distrazione, fa più male l'ignorare che la rabbia.

lunedì 13 giugno 2011

E' gira tutto intorno alla stanza una notte di mezza estate.

Onestamente, chi cazzo ha voglia di scrivere? Nessuno, io onestamente ora non ho proprio voglia di fare un cazzo di niente zero assoluto davvero niente di niente. Veramente me ne starei volentieri sdraiato sul letto a sfogliare i pensieri come pagine di giornali eppure nonostante ciò sono qua e non so neppure perché.
Cazzeggio dietro a una cazzo di tastiera scura che non mi trasmette nulla che non sia noia su altra fottuta noia. Evidentemente la mia mente ha passato il momento post fine della scuola il momento scazzo generale, il momento mostra il tuo lato tenero Only F*****g man !. Tutto sfila davanti come un'icona inutilissima del tuo altrettanto inutile IPhone. I bassi dominano abbattiamo la voce fuck yeah!. Obbiettivamente è così. Questo tempo di merda mi da letteralmente alla testa mi lascia quasi un vuoto che non puoi neanche immaginare davvero una rottura di cazzo incredibile. Eppure oggi al ritorno sotto la pioggia ero quasi rilassato dal sapere una volta ritornato a casa di poter cazzeggiare in simpatica allegria con me stesso. Basta mi sono rotto il cazzo. Magari chiudo pure questo blog e evito di aprirne altri.

mercoledì 8 giugno 2011

It's time to play

Il respiro affannoso mentre lo osservava. L'ondulazione dei polsi mentre le mani stringevano un unione quasi simbolica. Sentiva le loro sensazioni, le loro emozioni filtrare nella sua mente, apparire come un cumulo di informazioni mal'espresse, mal concepite. Ogni piccola ondulazione del corpo inerme davanti a lui creava un brivido un movimento impercettibile sulla sua pelle. Lo continuava ad osservare come un prezioso premio, un interessante creatura.
Non indossava maschere o oggetti simili il suo volto nella notte sarebbe stato perfettamente riconoscibile a un occhio abituato al buio, barba ispida e poco curata sul suo volto, un piccolo anello al labbro inferiore, i capelli tirati indietro ogni cosa era al suo posto in quel momento, tranne lui stesso.
Colpo dopo colpo la sua espressione non cambiava mai, tranne qualche rapido movimento del labbro in senso compiaciuto e soddisfatto. Non l'aveva mai spaventato il sangue e l'udito era sempre stato staccato in quei momenti, come una bolla per l'appunto, le grida i movimenti per scostarsi tutto era finito molto prima del previsto in quei momenti, un taglio netto alla senza via di scampo, le sue mani ora poggiate sui polsi della vittima, il viso ormai era spento e bianco. Il tempo non era mai esistito per lui.

martedì 31 maggio 2011

ἀποκάλυψις

"Sveglia!, Non mi senti?! Ho detto sveglia!."
Una voce urlante mi sradica da un sonno profondo, piccoli schiaffetti colpiscono la pelle del mio volto. Gli occhi stanchi e mal allenati degli ultimi giorni si aprono lentamente filtrando la troppa luce rivolta verso il mio volto. Di fronte a me una figura, un uomo possente, quasi 1,90, mi si pone davanti. Colpisce il mio viso con deboli schiaffetti, poi mi sorride beffardo. E' giovane non avrà di più di 30 anni.

Il risveglio non è mai dorato.

"Sveglia, hey sveglia! Sveglia!".
 I miei occhi si aprivano lentamente..

Raschiare il fondo fino a rompersi le unghie.

Come un branco di lupi, che scende dagli altipiani ululando o uno sciame di api accanite divoratrici di petari odoranti, precipitano roteando come massi di altissimi monti in rovina.
Il silenzio del volo era stato infranto solo dal mio I-Pad e dal suono della sua musica, la voce unica di Battiato aveva riempito le mie orecchie e rispolverato il mio italiano da ricco. Mio padre era sempre stato fissato con le lingue e ciò mi portava a conoscere oltre all'inglese, il francese, lo spagnolo il tedesco e l'italiano. Ultimamente mi cimentavo anche con l'arabo e il cinese ma con scarsi risultati. I miei risultati scolastici erano sempre stati eccellenti oltrepassando le incredibili grane portate da comportamenti irrispettosi e irresponsabili causati da un uso costante e precoce di droghe. La mia famiglia originaria di fede cattolica aveva la curiosa abitudine di lasciare ai propri figli la decisione di scegliere la propria fede, così mio padre era diventato cattolico come i suoi genitori e mia madre anche. Ma nonostante un tentativo di introdurmi non ero mai stato un religioso e l'unica religione che trovavo interessante era quella ebraica ma per un puro interesse lobbystico e economico.
Il viaggio con Wade era stato molto lungo ed esaustivo. Il suo nuovo programma sarebbe cominciato proprio qui in Italia. Wade conosceva alcune persone che mi avr

domenica 29 maggio 2011

Encefalo

Una nebula sconosciuta avvolge la strada davanti al mio sguardo. Passo dopo passo il mio corpo trasparente come composto da un liquido a me ignoto, attraversa questa lunghissima strada, salite discese, il tempo non esiste, una lunga serie di immagini in movimento che si susseguono come pagine di un album mostrano le mie azioni surreali e inconcepibili. Vedo il mare ai miei fianchi, vedo persone a me care, vedo il miliardario della medicina, Sir Barrimore Matthew Highman, il mio bisnonno, vedo suo figlio, suo nipote..mio padre. Poi vedo me il grande erede, dopo la morte di mia sorella, l'unico rimasto, il maschio. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su di me. Espulso a scuola, drogato, ricoverato, cattive frequentazioni, paparazzato ovunque con volgari e rozze pornostar e puttane di alto bordo, pronte ad aprire le cosce e le narici in mia compagnia. Il figlio maledetto che ogni famiglia ricca si deve meritare!. E poi vedo Wade Barrett. Il mio life coach. Un ex dipendente da sostanze che ha usato la palestra e l'attività fisica per uscire dal tunnel. Lui forse è l'unica persona che ha veramente creduto in me. Certo i 2500 dollari al mese che pagava Boris Highman erano sicuramente un aiuto niente male.
La strada ora è finita. Le figure, decorazione del mondo a me circostante, si sono smaterializzate come deboli segnali televisivi. Davanti a me una sola figura. Kimber. Già, quante sedute da psicologi, quante passeggiate con Wade e quanti pugni al muro e scritte bruciate o dedicato a lei. Perdono, la parola ricorrente era sempre perdono, il poter accarezzare il suo sguardo, la sua pelle e sussurrare in lacrime come il peggiore dei dannati, perdonami Kimber, non è stata colpa mia, il mio cervello, la droga è stato questo. Lei è morta e tu no. Sempre questo ti rimane in testa. La stanza del mio appartamento di SoHo a New York. Il suo corpo inerme a raffreddare ulteriormente quelle piastrelle gelide. Quel maledetto 15 gennaio del 2010. Io fatto e strafatto di Cocaina, come sempre, che vedo quella figura davanti a me, so che dovrei fare qualcosa che dovrei agitarmi, ma ormai l'effetto è finito, sono stanco svogliato, non ho neanche la voglia di alzare il telefono così mi sdraio sul letto e dormo. Capito cazzo? Dormo, dormo cazzo, scappo per la centesima volta dai miei problemi, lascio morire l'unica donna che ho sempre amato per fuggire. Al mio risveglio sono in centrale accusato di omicidio. Poi i soldi e gli avvocati mi salvano il culo mi aiutano a scappare per l'ennesima volta. Gli psicologi l'assunzione del life coach, le cliniche i viaggi, la morte di mia madre le accuse di mio padre, " L'hai uccisa tu! Tu e le tue sporche droghe la tua misera vita, il tuo atteggiamento del cazzo il tuo voler essere al di sopra di tutto e di tutti! La tua vita maledetta, no non è la tua vita maledetta Ethan, è la nostra, la vita che ci costringi a fare è maledetta, i soldi che ci fai perdere sono maledetti, esci fuori da questa casa e non farti vedere, rubami i soldi ma non rubare la vita anche a me. Muori se devi morire ma fallo per una volta in silenzio!".
Lui ha sempre amato il silenzio. Ovviamente quello che dovevi mantenere quando Lui urlava. Quello che dovevi mantenere quando a 7 anni lo vedevi sbattersi una delle tante segretarie sulla sua scrivania. Quello che dovevi tenere quando sbraitava contro mia madre, quando ormai ridotta a mucchio di lacrime e muco le sputava addosso dicendo che Lui doveva sopportare le sue maledette lamentele. Il silenzio che dovevi avere quando lui tornava, dopo averti fatto girare le più prestigiose scuole e ti portava il solito regalino. Il silenzio interiore che hai sempre dovuto tenere quando si comprava anche l'affetto. Che a differenza di ogni genitore lui non reputava un diritto, perché nella sua interiorità e nel suo subconscio era consapevole di ciò che faceva.
" Ethan, Ethan..Apri gli occhi Ethan.."..."Dove...Do..ve...mi...tr..o..vo..?" " Siamo in Israele Ethan, hai avuto un overdose, ti hanno salvato per un pelo, io ho preso il primo volo e mi sono precipitato. Eri in coma, pensavano non ti saresti risvegliato.". Dopo un paio di colpi di tosse provo a domandare: " E..E..Ora?" " Ora Ethan ricominciamo il nostro programma, dopo un paio di giorni che passerai qui per riprenderti, andremo in Italia. Conosco molte persone li e ho intenzioni di svolgere una nuova parte di programma per te, visto che molte cose non hanno funzionato ho intenzione di fare un cambiamento drastico. " "..In..Italia..?..Ma perché proprio lì?..". Lo scoprirai, ora riposati ne riparleremo domani."
Senza neanche sentire la fine del discorso, tornai nel mondo del mistero, teso da cinghie urlanti se e ma. Ma infelice di essere vivo.