Foglio dopo foglio, l'inchiostro non serviva neanche più era solo il contorno del vuoto che accompagnava le mie giornate, eppure attraverso quel vetro vedevo tutto ciò che avevo bisogno. Gambe perfette, ogni giorno colori diversi che si appoggiavano al suo corpo incastrandosi come in un opera d'arte il tocco finale dell'artista, le perle blu che occupavano il suo viso si voltavano verso questi vecchi mattoni pieni e le singole cellule del mio corpo vibravano mandandomi in uno stato di estasi di blocco temporale indefinito. La sua pelle simile e distante a ogni rosa era riempita dall'inchiostro che tanto mi mancava in singoli punti che sembravano scelti casualmente ma non avevano niente di casuale, il nero dei suoi capelli contrastava come un fotomontaggio la lucentezza del suo sguardo. La vedevo che si vestiva, che guardava svogliata il giornale, che osservava con vanità giovanili le sue piccole mani. I miei fogli vuoti erano sempre più pesanti e il mio affittuario sempre più irritato, il mio sguardo invece era sempre li, fermo e immobile a osservarla, l'incantesimo si spezzava ogni qual volta i suoi passi affrontavano le scale di quel vecchio palazzo e la mia depressione sprofondava in quelle pagine bianche dove solo il mio inchiostro sarebbe dovuto sprofondare, le mie mani consumate si grattavano in una frustrante attesa di un ritorno che avveniva sempre più tardi. Lo dicevo io, mi aveva fatto perdere oltre alla mente anche il tempo che poi non è alto che una concezione meramente mentale. La mia psicologa prima che le spiegassi che non potevo più pagarla mi ripeteva che dovevo incontrarla, che dovevo parlarle, spiegarle che ogni giorno la osservavo maniacalmente e sapevo ogni parte, ogni centimetro di lei. Lei non capiva cosa voleva dire osservare, cogliere, captare, elaborare. Uno scrittore fallito deve sempre saper osservare, capire che cosa sta guardando.
Lei era l'unico motivo del mio non suicidio, non avevo mai avuto paura della morte, in realtà la vedevo più come una decisione di finire ciò che non ti soddisfa.
Il telefono squillava da giorni, agente, editore, ex fidanzata rompi coglioni, affittuario, tutti volevano delle risposte, io volevo soltanto lei, quel suo sguardo sempre ammiccante, quella sua pelle perfetta, quel suo fisico statuario. Non era un'attrazione fisica, ne spirituale, ne tanto meno la vedevo come la mia musa visto che non tiravo giù due righe da troppo tempo. Lei era lì io ero qui, due sguardi che non si incrociano mai, due vite che non hanno nulla in comune, due palazzi di epoche diverse, due età che non coincidono, due modi di vedere il mondo che sono distanti. Quante fottute e inutile seghe mentali.
Faccio un sogno ricorrente. Io apro la porta di una stanza, una stanza molto cinematografica, una porta che fluttua nel vuoto più assoluto, la porta è bianca è la salvezza, io la apro sapendo che li dentro ci sarà lei e invece c'è solo un'altra porta e il gioco va avanti all'infinito finché il caldo o le sostanza ad alto tasso di variazione nervosa variano per l'appunto il mio stato di debole umano parzialmente rincoglionito.
Una volta avevo provato a mangiare un amanita, un fungo allucinogeno che si trovava nel bosco, quel corpo perfetto che contemplavo ogni giorno al posto di sparire rimaneva li e le uniche allucinazioni che avevo erano quelle che mi facevano credere di tornare a scrivere.
Ogni tanto quando la guardo penso, forse aveva ragione mio padre, non ho mai fatto quello che volevo nella vita, perché l'unica cosa che volevo fare nella vita non l'avevo ancora scoperta. Era guardare. Il guardarla era una benzina naturale, un anticorpo vivente verso ciò che aleggiava nel resto. Inteso come mondo.
Quando sfioravo la mia pelle ancora cicatrizata dagli ormoni giovanili pensavo chissà com'è la sua pelle, sarà morbida, liscia, soffice..e poi lei veniva risucchiata dagli impegni e dal suo maledettissimo telefono dal quale non si staccava mai. Il mio HTC invece non riusciva proprio a risucchiarmi, vibrava e suonava ma la mia grande dote e forse l'unica era continuare a guardare quella finestra senza distrazione, fa più male l'ignorare che la rabbia.
Lei era l'unico motivo del mio non suicidio, non avevo mai avuto paura della morte, in realtà la vedevo più come una decisione di finire ciò che non ti soddisfa.
Il telefono squillava da giorni, agente, editore, ex fidanzata rompi coglioni, affittuario, tutti volevano delle risposte, io volevo soltanto lei, quel suo sguardo sempre ammiccante, quella sua pelle perfetta, quel suo fisico statuario. Non era un'attrazione fisica, ne spirituale, ne tanto meno la vedevo come la mia musa visto che non tiravo giù due righe da troppo tempo. Lei era lì io ero qui, due sguardi che non si incrociano mai, due vite che non hanno nulla in comune, due palazzi di epoche diverse, due età che non coincidono, due modi di vedere il mondo che sono distanti. Quante fottute e inutile seghe mentali.
Faccio un sogno ricorrente. Io apro la porta di una stanza, una stanza molto cinematografica, una porta che fluttua nel vuoto più assoluto, la porta è bianca è la salvezza, io la apro sapendo che li dentro ci sarà lei e invece c'è solo un'altra porta e il gioco va avanti all'infinito finché il caldo o le sostanza ad alto tasso di variazione nervosa variano per l'appunto il mio stato di debole umano parzialmente rincoglionito.
Una volta avevo provato a mangiare un amanita, un fungo allucinogeno che si trovava nel bosco, quel corpo perfetto che contemplavo ogni giorno al posto di sparire rimaneva li e le uniche allucinazioni che avevo erano quelle che mi facevano credere di tornare a scrivere.
Ogni tanto quando la guardo penso, forse aveva ragione mio padre, non ho mai fatto quello che volevo nella vita, perché l'unica cosa che volevo fare nella vita non l'avevo ancora scoperta. Era guardare. Il guardarla era una benzina naturale, un anticorpo vivente verso ciò che aleggiava nel resto. Inteso come mondo.
Quando sfioravo la mia pelle ancora cicatrizata dagli ormoni giovanili pensavo chissà com'è la sua pelle, sarà morbida, liscia, soffice..e poi lei veniva risucchiata dagli impegni e dal suo maledettissimo telefono dal quale non si staccava mai. Il mio HTC invece non riusciva proprio a risucchiarmi, vibrava e suonava ma la mia grande dote e forse l'unica era continuare a guardare quella finestra senza distrazione, fa più male l'ignorare che la rabbia.