sabato 4 settembre 2010

Inchiostro d'autore

1- Cocaine

If you wanna hang out you've got to take her out cocaine...if you wanna get down, down on the ground, cocaine....she don't lie, she don't lie, she don't lie cocaine. Sulle note di Cocaine di Eric Clapton, Jesus Crawford stava scrivendo il suo quinto libro, intitolato Fuck you God, un ode alla cattiveria di Dio, e al fatto di non portare mai fortuna. Jesus, ma come cazzo si fa a chiamare un bambino Jesus.
Jesus appunto se l'era sempre chiesto, una famiglia cattolica, conservatrice. E' incredibile come un'infanzia in Ohio a Cleveland posso essere rovinata da una schiera di mentecatti.
Ora i suoi unici interessi, erano il sesso, quasi compulsivo, a soddisfare ogni sua mancanza. Il suo macbook air, per scrivere i suoi fottutissimi libri, cazzuti arrabbiati, proprio come piace alla gente. E ovviamente la marijuana e la cocaina, servivano a fargli capire quanto era bello il mondo, visto con gli occhiali da sole.
Aveva cominciato a scrivere a New York dopo aver vinto una borsa di studio a 16 anni. Era scappato subito nella città degli artisti, se l'era sentito subito, che quello era il suo futuro. Dopo il suo primo libro, si era fatto conoscere e il salto al vero regno degli artisti era stato breve.
Ora c'era Venice, Los Angeles, casa normale, amici poco normali, tanta apple quanta droga.
Le pareti erano ricoperte di disegni di Keith Haring, ovviamente riprodotte, ma l'effetto era da paura. Il disordine era padrone e Jesus era padrone del disordine.
Inoltre, pacchetti e pacchetti di sigarette di Malboro ovunque.
Lo so sembra pieno di difetti ma Crawford era qualcuno da rispettare, amare e venerare. Successivamente odiare.
2- Suicidio
Svegliarsi al mattino sotto al peso delle birre, rimane sempre brutto.
Odio quando mi alzo e ci sono una serie di cose da fare, sono così tante e noiose, che penso potrei continuare a dormire fino all'ora di pranzo.
Già amo dormire fino allora di pranzo, mi alzo mangio, guardo un film, fumo un po' di sigarette, bevo qualche bicchiere, esco, trovo una tipa, scopiamo e torno a dormire. Fantastico. L'unica vero casino è quel cazzo di editore, lui vuole sapere sempre tutto, senza sapere un cazzo, crede che il mondo giri intorno a quel bel vestito elegante che si ritrova. Io me ne frego alzo il volume dei Rolling Stones, vado davanti al poster di Keith Richards e mi metto a cantare sympathy for the devil, Jagger mi farebbe un baffo.
Trovo che la vita si buffa, divertente...no non è vero è anche relativamente noiosa.
Meglio divertente o noiosa? Divertente. Il meglio del meglio è anche il porno su internet. Mi ricorda che posso anche usare le mani, prima di dover uscire.
Mi ricordo mia madre, “ Dovrai sempre evitare il preservativo, dio non vuole, è per il sesso facile “. Vaffanculo, a quest'ora avrei aids e malattie di ogni tipo.
La faccenda più scocciante però è il dannatissimo libro da finire. Non ho idee, non ho un cazzo. Ho solo i porno, pizza express e starbuck's.
Usciamo, quando esco le maggiori attività sono: cercare ragazze, andare dalle solite, oppure andare a farmi un drink con il mio migliore amico, Christian Durant, produttore musicale californiano. Pieno di soldi, ragazze e droga penso sia per questo che è il mio migliore amico.
Opto praticamente sempre per la scelta di uscire con lui, ma è tutto per trovare una ragazza e parlare di musica.
Una volta arrivati al solito locale si comincia sempre per parlare.
“ Cazzo Chris ma la devi smettere, mi farai diventare un dipendente di questa merda”. “ Lo sei già, anche senza il mio aiuto haha”.
Il sottofondo era Kid Rock, con America Bad Ass. Cavolo troie che ballavano, Kid che urlava, io fatto di cocaina in un modo assurdo, dovevo scrivere. Presi il mac e cominciai a buttare giù parole che era una bellezza, scorrevano meglio di un fiume in piena, piene di rabbia, odio, amore, strazio, comicità, assurdità. Era veramente una bellezza, una versione porno soft rock della vita, esattamente come non avrei voluto, e continuavo, sniffavo scrivevo. E porca troia una sotto il tavolo mi stava facendo un fantastico pompino, questa sì, che era vita.
Tornato a casa a fatica, fatto da paura e con il mac pieno di vita, avevo bisogno di musica rilassante. Corsi all'enorme impianto stereo della JBL collegato al mio ipod touch e cominciai a cercare una song. Mentre vedevo solo le parole correre, schiaccia quasi a caso, parti anybody seen my baby dei Rolling Stones, crollai sul divano immerso nella magia delle visioni.
Una grossa melma girava intorno a una madre natura accaldata, colori psichedelici tutti intorno, aria pesante di fumo e Mick Jagger che allungava insieme al coro di vedere tutti insieme la sua ragazza. Era come capire quanto facessi schifo e pietà, sapevo che tra poco quel sogno afrodisiaco si sarebbe trasformato in disperazione, ma io lo volevo, non c'era uscita. Ripresi il mac, scrivevo tutto quello che vedevo e facevo capire ai suoi prossimi lettori, quanto sarebbe stato dannoso, ridursi come me, vedere che chiudendo gli occhi il sogno era ancora più vivo, ma che allo stesso tempo la mia vita era un'illusione viva cruda. Bellissima. Quasi infinita.
Una volta finita la canzone. Capi che dovevo cambiare capitolo, si sarebbe passati dal capitolo psichedelico, al capitolo triste, l'ipod era già cambiato, 30 seconds to mars, the kill.
Ero crollato, mi sembrava che il mondo finisse, che io finissi, che non ci fosse un dopo, ero vuoto,spossato. La testa era piena dolorante e urlava quasi come Jared Leto. Andai nel letto e cominciai a piangere come un bambino, quel bambino, che aveva sofferto, si era chiuso si era ribellato e aveva perso. Questo non è amore, quella non era una famiglia, voglia di cadere e non rialzarsi, voglia di vedere il tutto finire, solo per dire che avevi ragione, che le loro imposizioni le loro decisione ti avrebbero portato all'esaurimento. Ero impazzito, sudavo, piangevo. Alzandomi, andai all'ipod, ma in quel momento, parti teardrop dei massive attack. Camminavo verso la cucina, lentamente, bevevo jack daniel's come fosse acqua. Avevo tirato giù qualche pastiglia, non so neanche di che cosa. Mi ero acceso una sigaretta, vedevo le farfalle, nere e oscure...la vita mi stava abbandonando e adesso fare il ribelle, non sarebbe servito, dovevo alzarmi chiamare aiuto, ma era quasi come se mi stessi autodistruggendo, vidi il coltello, lo presi, cominciai a fare dei tagli, su ogni braccio, ero talmente fatto che non sentivo il dolore, volevo solo morire.. La vita ormai mi aveva abbandonato.
3- Ritorno in grande stile
Mi svegliai all'ospedale, ero in un letto e vicino a me c'era Chris.
“ Ma che cazzo mi combini, ero venuto a vedere come stavi e ti trovo sul punto di morire, ma brutto figlio di puttana non farmi mai più uno scherzo del genere!”. Lo guardai senza rispondere, ero stanco e anche i miei tristi occhi verde azzurri lo erano. Ordinai a Chris di mandarmi in una clinica, dovevo uscirne, una volta per tutte, e soprattutto, volevo cambiare del tutto il mio stile di vita.
Dopo essermi ripreso dalle ferite, andai in un centro per drogati a riabilitarmi, dopo la difficile riabilitazione, ero diventato molto più magro e in forma. I miei lunghi capelli erano decenti, e la barba incolta non era niente male. Andai a tatuarmi una stella sul gomito destro, che segnasse la mia rinascita, poi un piccolo ombrello sull'anulare sinistro, così senza un preciso motivo. Fantastico, ora ero veramente pronto, tra l'altro avevo già un tatuaggio sul braccio sinistro con scritto rock = who and rolling stones, everything else is boring. Ora ero a quota tre tatuaggi, figo.
Ero pulito, mi sentivo veramente bene, stavo girando per i canali di venice, con i miei lunghi capelli a muzzo, barba incolta, improbabile maglietta di Keith Haring, jeans, vans colorate e occhiali da sole, una tracolla e sfoggiando i miei nuovi tatuaggi, anche se le cicatrici dei tagli facevano la loro parte, purtroppo.
Non scrivevo da un sacco, era ora che mi rimettessi all'opera, ma su qualcosa di nuovo, avevo buttato via ogni ricordo dell'inizio del quinto libro, pieno di droga nelle sue idee. Volevo scrivere un libro nuovo, un libro che parlasse di una relazione, burrascosa e libera, un racconto alla Bukowski, ma ancora più aperto, ma per cominciare dovevo lavorarci su. Seriamente.
4- Vita da artista
Venice era una parte di Los Angeles troppo artistica anche per me forse. Gli artisti sono ribelli dentro, hanno bisogno di fare casino, è nel loro sangue.
Il successo è una conseguenza, nella mia carriera c'era stato tutto, successo, sballo. Tutto questo non comportava più nulla, stavo cercando una dimensione, forse l'avevo trovata, sono sempre stato felice, ma adesso lo ero per motivi semplici, mai per esagerazioni.
Passeggiare è una grande cosa, è incredibile quanti dettagli puoi notare. Avevo cominciato a correre per rimettermi in forma, ipod a palla nelle orecchie e grandi corse. C'erano ragazze bellissime, eppure non ne vedevo una che mi dicesse qualcosa, stavo cercando qualcosa di diverso.
Avevo cominciato anche a esplorare di nuovo la scrittura, mi ero messo all'opera di: “vita da colorare”, era bello, diverso mi soddisfava.
Intorno a me c'era la musica a fare da padrone e soprattutto la possibilità di nuotare al mare. Adorava fare surf, cavalcare le onde e vivere veramente. Cavolo che vita spettacolare.
Certo ultimamente il mio agente era preoccupato, ma volevo stupire tutti con il mio nuovo libro, penso che nella storia fosse possibile notare il cambiamento chiaro e forte che era avvenuto dentro di me. Stavo cominciando anche a conoscere persone fuori di testa.
C'era Keith Andersen, era un folle, pittore californiano semisconosciuto, faceva dei dipinti pazzeschi, era un'esplosione di colore, ne andavo matto. Keith era un tipo assolutamente fuori dal comune, ascoltava musica di ogni tipo, si vestiva in modo talmente folle che in confronto Kurt Cobain sarebbe stato un dilettante. Inoltre aveva solo 19 anni, acne a lasciare le prima cicatrici, capelli biondi di un giallo limone, e degli occhi azzurri da far spavento, un vero artista.
Lui mi aveva fatto capire il vero valore dei colori, aveva il pieno controllo, poteva prendere contenitori di vernice e sbatterli contro il muro e non sarebbero stati in disordine.
Andavo a casa sua, un appartamento molto grande a Venice acquistato da suo padre, che era un importante banchiere, e cominciavamo discussioni incredibili su quale poteva essere la più grande band di sempre ma alla fine eravamo sempre contrastanti. La musica non poteva racchiudersi in un solo grande gruppo, troppe sfumature e troppe persone.
Keith possedeva anche una vastissima collezione di Rolling Stone, la bibbia del Rock'n roll, ne aveva tantissimi, mi piaceva un sacco leggerli, c'erano interviste di tutti i tipi e generi, una goduria.
C'erano dei giorni che mi sdraiavo con lui nel suo giardino a prendere il sole ascoltando cd dei Nirvana, per parlare di problemi e grandi rivoluzioni di cui aveva il mondo. Secondo noi il mondo ormai aveva perso la vera cultura. Ma le rivoluzioni non arrivano mai quando le persone sono contente del loro mondo. La gente era solo brava a parlare e quindi niente sarebbe cambiato. Forse era quello che ci meritavamo.
Keith Andersen non era l'unico mio nuovo amico, nell'ultimo periodo avevo anche conosciuto William Scott, un giovane poeta appassionato di cinema come me.
Eravamo entrambi fan sfegatati della stella oscura del cinema Heath Ledger, e passavamo interi pomeriggi a parlare di cinema. Oppure direttamente gustandoci un bel film d'autore.
A volte uscivamo tutti insieme, io, Keith e William, io e Keith a caccia di ragazze interessanti, William ci accompagnava per amicizia, perchè lui la bella ragazza ce l'aveva già, si chiamava Michelle ed era una bellissima ragazza di origini francesi che faceva la giornalista a Los Angeles.
I miei pomeriggi passavano così, tra giri con i miei amici artisti oppure a scrivere Vita da colorare, il che era molto bello. Ma c'era qualcosa che stava per arrivare.
5- La solitudine bruciata
La solitudine era un tema fisso nella mia mente. Sarei stato volentieri da solo per un po', ma ho sempre avuto paura che il mondo mi rilanciasse indietro. Ma ripensandoci credo di essere già stato solo senza rendermene conto. Il mondo ti manipola come se stessi veramente in mezzo a tutti, ma sei solo dentro, sei solo davvero. Ho sentito musica, letto libri, ma niente sulla solitudine è veramente onesto. La mia vita è sempre stata un mare di falsità, amici che vanno e che vengono, ma che non ci sono mai stati. Voglio andare via e capire se ci sono stato sul serio, vorrei sentire qualcuno che mi cerca, qualcuno che mi desidera.
Essere soli non è mai bello. Soli veramente. Ho ascoltato Rocketman di Elton John un sacco di volte in questi momenti, lacrime ecco cosa ho trovato. Non sono mai stato così, adesso sono felice ma solo adesso guardo a cosa sono veramente. Il vuoto. Sono un Rocketman che vaga nel mondo alla ricerca della vera felicità. Vorrei un'amore anche non facile pieno di difficoltà, ma vero.
Vorrei non potermi illudere. Vorrei che tutto fosse più semplice e che le difficoltà sparissero per una volta. Vorrei leggere sul mio corpo i segreti, vorrei aprire una scatola e sentire il profumo di vita, vorrei sentirmi vivo, vorrei trovare un arcobaleno di sogni, vorrei scalare i desideri.
Forse sto solo delirando, ma mi manca qualcosa, mi manca l'amore, degli amici e quello vero e puro. Il mondo è privo di queste cose ormai, non ci crede più nessuno.
Prendo sempre una bottiglia di whisky in questi casi. Bevo e non ci penso più. Ma adesso voglio pensare, capire perché sono così debole, perché così veramente solo.
Ho voglia di sorridere ma non ci riesco, non so neanche perché.
I colori non sembrano più caldi e il freddo cala nella mia mente.
Se penso adesso potrei trovare persone che sono davvero mie amiche, ma se guardo prima il vuoto.
Inoltre non ho una relazione seria da sempre, il mio mondo non lo ha mai permesso. A volte ci soffro.
L'America non ha mai offerto uno sfondo per i miei pensieri. Il suo pensiero in generale è folle ma si basa su basi false come lei.
Bere mi rende sempre pensieroso, psichedelico, purtroppo...
Sono andato in un prato mi sono sdraiato e ho guardato il cielo, così scuro e stellato, un mare di piccoli zuccherini su un enorme torta.
Quanto siamo piccoli e insignificanti, ci sono cose che facciamo che fanno davvero schifo, davvero schifo.
Il mio cuore è sempre stato un ammasso di carta mal risposta, dove desideri e necessita non sono mai andati d'accordo. Forse dovrei mettere ordine anche lì.
L'ipod gira, la musica invade la testa, Mick Jagger entra nei miei timpani come si sentisse a casa.
Sembro un folle, cappelli sparsi in ogni direzione, barba incolta, bottiglia di whisky in mano, jeans strappati, una scarpa di un colore e una di un altro, che barcollo con l'ipod nelle orecchie verso la metà della disperazione.
Sentimenti che affiorano e volano via. Il tempo sembra non passare mai, le strade sono infinite. Mentre camminavo in questo stato, trovai un posto incredibile, un vecchio canale di scolo, dove alk proprio interno dei ragazzi skeitavano indisturbati. Mi sedetti sul vecchio ponte che passava di sopra, gli osservai per ore. Era fantastico, erano così felici, perfetti, nel predicare la loro arte. Continuavo a bere e a sentire musica, ma le immagini erano sempre chiare e perfette, non crollavo mai, avevo capito cos'era la vera felicità.
Ero tornato a casa e avevo preso il macbook e mi ero messo a continuare il libro, le parole uscivano che era una meraviglia, i ragazzi continuavano a skeitare felici, anche se alcuni curiosi avevano cominciato a osservarmi con divertito sospetto. Ero completamente perso nella scrittura quando un ragazzo si avvicino a me. Era un tipo strano, capelli lunghi, cappellino, faccia poco sveglia e vestiti da skater. Mi si avvicina e mi chiede se sono Jesus Crawford, gli rispondo di sì, lui impazzisce. Cominciamo a parlare, all'inizio sono scocciato, odio che qualcuno mi interrompa mentre sono intento a scrivere, ma questo tipo è sveglio, è incredibile mi conosce alle perfezione e non sconosce solo me. Dice di amare la lettura, anche la scrittura. Parliamo di musica, d'arte, di ragazze, parliamo di tutto. È pazzesco, mi sembra di parlare con un me stesso più giovane e anche più furbo. Trovo assurdo come il parlare con lui avesse spazzato via la depressione da solitudine, era bravissimo, grande amante di Pete Doherty, amava fare skate, per la solitudine del momento.
Si chiamava Kevin, era veramente un grande, dopo quella sera avrei cominciato a frequentarlo seriamente, aveva anche un sacco di amici come lui. Ma neanche lui era la novità più grande.
Quella notte dopo essere tornato a casa mi ero messo di buzzo buono e avevo finito il mio libro.
Avevo stampato il tutto, ed ero pronto a lasciarlo al mio agente, eppure non so neanche perché, accesi un pezzo di carta e diedi fuoco al tutto, a tutto il libro, non so se fosse follia del momento, follia di me, ma era pazzo eppure non mi sembrava di aver perso niente, avevo bisogno di un momento di pausa anche dalla scrittura e questo gesto serviva a farlo capire a tutti, probabilmente anche a me.

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